Del bene e del male della Didattica a Distanza – Capitolo I

Del bene e del male della Didattica a Distanza – Capitolo I

L’emergenza sanitaria ha messo la scuola davanti alla grande sfida della Didattica A Distanza, un’esperienza mai avvenuta prima che nasconde in sé moltissimi aspetti non sempre considerati che hanno a che fare con la psicologia dell’apprendimento. 

Non si tratta solo di un cambio di approccio a livello metodologico “nell’erogare” la didattica ma di uno stravolgimento dell’ambiente e del contesto di apprendimento nonché della cornice metacognitiva e motivazionale del processo di apprendere.

Attraverso una serie di contributo ho voluto provare a lanciare qualche riflessione su tutto il bene e il male che la Didattica A Distanza sta portando a galla! Ecco a voi il capitolo I.

Capitolo I: Motivazione e Valutazione

Ho voluto partire dagli aspetti motivazionali e dalla valutazione. È accaduto che, soprattutto nelle prime fasi, l’erogazione della Didattica A Distanza ha portato al decadere della possibilità di effettuare le ben note “Verifiche ed Interrogazioni in classe” e, ancora oggi, benché molti docenti stiamo effettivamente valutando, i più realisti sono consapevoli che le possibilità di aggirare il controllo dell’insegnante e copiare si sono moltiplicate. Non siamo qui a discutere di principi morali o di cosa andrebbe fatto ma piuttosto delle implicazioni per gli aspetti motivazionali. È vero che il voto e la verifica non sono tutto (lungi da me pensarlo) ma di certo costituiscono una importante elemento che ha governato (e governa) il sistema motivazionale nella nostra scuola.

Questo scenario porta inevitabilmente a stravolgere gli obiettivi di apprendimento e a cambiare la base motivazionale del processo di apprendere. Per i più tecnici dei termini psicologici stiamo parlando di obiettivi di padronanza vs obiettivi di prestazione e di motivazione estrinseca vs motivazione intrinseca (se vuoi approfondire puoi vedere gli studi di Deci & Ryan, e di C.Dweck)

Essere studente senza il voto, infatti, esclude a priori l’obiettivo prestazionale dell’apprendimento, non c’è più la possibilità di impegnarsi per ottenere un bel voto, esiste solo l’impegnarsi per il desiderio di apprendere, quindi per un obiettivo di padronanza. Se da un lato gli obiettivi di padronanza sono quelli che danno i migliori esiti rispetto alla qualità dell’apprendimento, dall’altro essere catapultati in un sistema che prevede solo questo obiettivo ha stravolto le carte in tavola per molti studenti.

In termini motivazionali, inoltre, la DAD ha forzato il cosiddetto processo di internalizzazione della motivazione, ossia quel meccanismo per cui iniziamo a fare una cosa perché ne abbiamo un ritorno concreto (motivazione estrinseca) ma un po’ alla volta ci da sempre più gusto (internalizzazione) e arriviamo a farla perché ci da una soddisfazione intima e personale (motivazione intrinseca). Non essendoci più spinta alla motivazione estrinseca (vedi il bel voto con le eventuali conseguenze positive quali, per esempio, una maggiore libertà nelle uscite con gli amici erogata come rinforzo dal genitore) non resta altro che sentirsi intrinsecamente motivati dal piacere stesso dell’apprendere e del padroneggiare nuove conoscenze. Il passaggio da una motivazione all’altra, che richiede molto tempo ed esperienze ripetute, è stato (volenti o nolenti) catalizzato dalla DAD…ha forzato tutti ad affrontare l’apprendimento per piacere interno (sopratutto nel momento in cui la prospettiva del rientro si è eclissata insieme al timore della bocciatura). Una rivoluzione! Quel desiderio nascosto nel cuore di ogni buon docente è stato realizzato: lo studente studia per il piacere di farlo!

Ma non finisce qui: la DAD ha messo nelle mani di molti studenti, e sopratutto di molti adolescenti, il controllo del proprio apprendere del proprio imparare. Ha fatto sentire molti adolescenti responsabili, valorizzandoli e appagando quel bisogno di sentirsi riconosciuti nel loro valore. Tale approccio, quindi, ha sicuramente dato il meglio di sé per gli studenti più grandi fornendo a tutti gli adolescenti italiani quell’agognato bisogno di riconoscimento

Non è però tutto oro quello che luccica! Forse i nostri studenti sono anche stati caricati di una responsabilità: si è messo sulle loro spalle il peso di dover essere loro stessi a dover decidere e controllare realmente (molto più realmente di prima) quanto volessero dedicarsi alla scuola e all’apprendere in generale. Un peso che non tutti erano stati abituati a portare o che non avrebbero mai imaginato di dover fare perché da sempre hanno sperimentato una scuola che (in termini di loro vissuto personale) rischiava di essere solo dovere e obbligo, non diritto e possibilità personale.

In termini pratici ci si è sicuramente trovati di fronte a chi ha continuato a dedicarsi alla scuola con costanza e che ha, in questo momento, sperimentato l’impagabile beneficio dell’autodeterminazione, ossia della possibilità di essere padroni delle proprie azioni! Ma presi da questa euforia non ci dobbiamo dimenticare degli studenti più fragili, non solo in termini di qualità dell’apprendimento, ma di quelli più fragili nelle risorse psicologiche, personali, familiari generali. Tale padronanza e tale peso, infatti, non fa per tutti (o forse non fa quasi per nessuno). Ciascun individuo ha bisogno, infatti, di almeno un briciolo di motivazione estrinseca, non può essere tutto “piacere di imparare”. Nei momenti di scoramento, di stanchezza, stress e fatica avere davanti a sé un qualcosa di più tangibile ci salva dal baratro del rinunciare. È l’ancora di salvezza quando ci sentiamo privi di ogni forza: ci appigliamo al desiderio del premio per rialzarci.

Proprio per questa dualità, e spero che molti professori me lo confermeranno, ci si è trovati davanti a studenti capaci che hanno mollato le redini e studenti ai quali veniva data meno fiducia che si sono trasformati.

Concludendo a mio parere abbiamo del bene della DAD, dato dalla grande spinta verso l’autodeterminazione, la padronanza del proprio apprendimento, l’acquisizione del “piacere di imparare” dall’altra abbiamo del male della DAD costituito dal rischio di dimenticarsi di chi è fragile (e proprio per questo motivo starà probabilmente in sordina aumentando il rischio che ce ne dimentichiamo) ed è esposto così a rischi più grandi di quelli strettamente motivazionali e scolastici.

Cosa fare? Sfruttiamo l’impagabile onda di tutto il bene che la DAD ci sta dando nel momento in cui rientreremo nelle classi tradizionali: ci si troverà davanti ad adolescenti indelebilmente cambiati e che affronteranno la scuola in modo diverso. Allo stesso tempo dedichiamo tutte le nostre energie ai più fragili, senza colpevolizzarli, ma aiutandoli a prendere in mano l’autodeterminazione convincendoli che possono riscoprire tutte quelle risorse per fronteggiare le difficoltà.