Del bene e del male della Didattica A Distanza – Capitolo II

Del bene e del male della Didattica A Distanza – Capitolo II

Quando si parla di apprendimento gli elementi da considerare sono davvero molteplici. L’apprendere, sopratutto in età evolutiva ed in senso scolastico, è molto di più del ricordo, acquisizione, consolidamento e applicazione di nozioni. Occuparsi di Psicologia dell’Apprendimento, quindi, non limita il campo di indagine alla memoria, ai processi di lettura o di calcolo…è molto ma molto di più. È per questo che oggi mi sono soffermato a riflettere in merito a Didattica A Distanza e relazioni.

Capitolo II – L’aspetto relazionale e la metacognizione

Se pensiamo alla chiusura delle scuole e alla DAD la tendenza può essere quella di pensare che la venga a mancare solo lo stare in classe o il vedere i propri compagni…il resto si può fare anche! Niente di più falso! Gli aspetti relazionali entrano infatti a far parte del mondo della scuola sotto molteplici punti di vista, ma quello dell’apprendere è di certo il più cruciale. La mancanza o limitazione della relazione, infatti, non riguarda la scuola per il semplice fatto (seppur importante) che i nostri alunni da un po’ di tempo non hanno più il compagno di banco, non vivono le regole della convivenza o hanno una ridotta possibilità di approfondire i legami di amicizia con i compagni. Si va molto oltre…fino a toccare la profondità e la qualità del processo di apprendimento.

L’apprendimento scolastico, infatti, avviene per sua natura all’interno della classe in quello che è il “contesto classe” che non è fatto solo di regole, strutture e ritmi, che sono cruciali per favorire la regolazione del processo di apprendimento e per il benessere dell’alunno, ma tale contesto è costituito sopratutto dall’unione di menti e storie personali. Ogni individuo, dall’alunno all’insegnante, porta, infatti, dentro alla lezione una miriade di esperienze personali, aspettative, teorie ingenue, rappresentazioni. Alcune di queste sono costruite dai bambini stessi, altre sono a loro trasferite da parte delle rispettive famiglie, altre ancora sono veicolate da come la scuola è strutturalemente e fisicamente organizzata (spazi, arredo, ecc…) o dall’atteggiamento e dalle parole dei collaboratori scolastici e altro personale. Questa grande insalata va a costruirsi durante la lezione: gli ingredienti e i condimenti si rimescolano generando il risultato finale che non è altro che la crescita e lo sviluppo del bambino o del ragazzo.

Ogni buon insegnante (in modo particolare se insegna alla scuola primaria ) sa che il processo di scoperta e confronto sugli argomenti di lezione è il cuore pulsante dell’imparare. Non sono tanto il materiale scritto sul libro o l’esercizio assegnato che danno qualità all’imparare ma quel rimescolarsi di esperienze e confronti personali. E questo è il fascino della metacognizione e della didattica metacognitiva. Sopratutto nei primi apprendimenti (vedi per esempio la scoperta del mondo matematico e della quantità), ma anche nei successivi, è proprio l’incontro-scontro tra le credenze e teorie personali – che ciascuno costruisce attraverso esperienze pratiche a contatto con il mondo – che genera la dissonanza tale da consentire un nuovo ed efficace apprendimento. Quando due bambini hanno due idee differenti e le portano in classe, le mettono in gioco e, insieme a tutti gli altri compagni, provano a verificarle sono messi in quella condizione di dissonanza e sperimentazione che allarga la mente e consente un cambiamento. L’esperire – attraverso il confronto con i pari – che per risolvere un problema matematico ci sono più metodi favorisce la flessibilità psicologica. Chiedere o fornire aiuto al compagno di banco porta il bambino a chiedersi “Come ho fatto a fare questo? Come ha fatto lui a diventare così bravo?” portando alla luce ed attivando quella riflessione squisitamente metacognitiva dell’imparare ad imparare.

Purtroppo la DAD limita enormemente questa componente che è quella che da sapore e qualità all’imparare, in modo particolare per i più piccoli. Sono infatti loro i più svantaggiati da questa metodologia perché perdono il valore del confronto con i pari, della scoperta co-partecipata, del vivere la classe come quella grande insalata di esperienze personali che creano il cosiddetto contesto di apprendimento. Chiacchierando con colleghi, ragazzi, genitori e insegnanti si caspisce, infatti, che per alcuni la DAD si è tradotta in una fredda assegnazione di esercizi o nella proposta di video-lezioni pre-registrate. Questo non solo toglie la bellezza e l’importanza del confronto, disgregando di fatto il “contesto classe”, ma espone ad un ulteriore rischio. Il contesto di apprendiemento muta diventando un qualcosa di freddo ed individualistico. Il fatto che si possa imparare anche senza scambiare la propria opinione con i compagni può passare a livello metacognitivo (senza la consapevolezza dell’insegnante o del discente) l’idea che apprendere e fare scuola sia un lavoro che può benissimo essere fatto da soli, nella propria camera, leggendo il libro e svolgendo esercizi. Può passare l’idea che apprendimento e relazione siano situati ai poli opposti, trasferendo, purtroppo, il messaggio che imparare e scoprire cose nuove sia qualcosa di solitario, noioso e ripetitivo.

Vero è che ogni insegnante in queste settimane sta facendo del suo meglio, con gli strumenti e le competenze a sua disposizione, nonché alla luce delle possibilità e dei mezzi dei propri alunni. Non si sentano, quindi, colpevolizzati quelli insegnanti che non hanno avuto modo di erogare didattica in modo differente. Ma, d’altro canto, è cruciale tenere bene a mente questa possibilità e in che modo la DAD possa influenzare i nostri bambini e ragazzi che torneranno a scuola molto cambiati da questa esperienza.

Ma come si dice non tutti i mali vengono per nuocere! Proviamo a tirare fuori il bene della DAD capendo cosa ci può dare in più anche dal punto di vista relazionale benché possa apparire surreale. Quella possibilità di confronto non è persa, anzi, forse sotto certi punti di vista risulta espansa.

Vi faccio degli esempi:

  • Si possono mandare dei feedback suoi compiti che raccolgano il lavoro di tutti. Se, per esempio, un problema può essere risolto in più modi possiamo caricare sui materiali un foglio riassuntivo che elenchi a fianco di ciascun metodo risolutivo i nomi di chi lo ha attuato chiedendo, poi, a tutti gli alunni di contattare un compagno che lo ha risolto in modo diverso per confrontarsi.
  • Possiamo chiedere, per esempio, uno o più idee/pensieri su “Perché è importante raccogliere tutte le idee prima di scrivere un testo” li possiamo mettere tutti insieme (con i nomi degli autori) e chiedere a ciascun alunno di leggerli e classificare quelli simili. Avremo così favorito il confronto tra idee e stimolato la riflessione unendo un lavoro metacognitivo ad uno di comprensione del testo. Raccogliere in pensieri di tutti non sarà per voi faticoso basta un semplice lavoro di copia incolla per recuperare dalle mail l’idea di ogni alunno e metterla su un file di testo.
  • Anticipiamo alla fine del video della nostra lezione quale sarà il tema della prossima e chiediamo ai bambini di scriverci, insieme ai compiti svolti, cosa si aspettano su quella lezione o cosa già sanno. Poi possiamo, anche in questo caso, girare a tutti la raccolta di commenti.

Esperienze come queste possono allargare la possibilità di fare “contesto classe”, trasferiscono il messaggio che è importante confrontarsi, svincolano i più timidi dall’imbarazzo di dover parlare davanti a tutti, danno la possibilità davvero a tutti di dire la loro, lasciano traccia delle singole esperienze e dei progressi fatti (perché i file resteranno salvati).

Ciò che risulta cruciale è dare valore al confronto di idee, allo scambio di approcci diversi, alla condivisione dei punti di partenza e di arrivo di ognuno perché è proprio questo il grosso valore del vivere un “contesto classe” e, nonostante la DAD, la possibilità di farlo esiste.